Viaggio in un mondo … fuori dal mondo di due studentesse del Liceo

Viaggio in un mondo … fuori dal mondo di due studentesse del Liceo

Noi due studentesse di quarta liceo accompagnate dal nostro professore di storia e filosofia, Amedeo Costabile, abbiamo avuto l’immensa fortuna di partecipare a un pellegrinaggio, in cui ci è stata offerta l’occasione di visitare alcuni campi di concentramento dislocati tra Italia, Austria e Germania.

Dal 4 al 7 maggio ci siamo trovate immerse in “un mondo fuori dal mondo”, insieme a studenti e professori di altre scuole di Legnano e a un nutrito gruppo di anziani (molti di loro erano parenti di deportati), guidati dalla voce di un docente di storia dell’istituto A. Bernocchi.
Gries – Il campo di transito di Bolzano fu un campo di concentramento adibito allo smistamento dei prigionieri, e fu attivo a Bolzano dall’estate del 1944 alla fine del secondo conflitto mondiale. Nei circa dieci mesi di attività del campo passarono tra le sue mura tra 9.000 e 9.500 persone, di cui 23 italiani internati.

Una parte dei deportati fu trasferita nei campi di sterminio maggiori del Reich in Austria ed in Germania, come ad esempio Mauthausen, Dachau, Ravensbrück ed Auschwitz, una parte fu invece impiegata sul posto, come lavoratori schiavi. Le SS distrussero per intero, però, la documentazione relativa al campo prima di ritirarsi, per cui ciò che ci é stato possibile vedere venerdì 4 maggio si limitava all’originale muro di recinzione che cinge, al suo interno, un complesso di case popolari realizzato negli anni ’60.

Il secondo giorno è stato dedicato alla visita di tre luoghi: il primo di questi è stato il campo di Ebensee, di cui oggi sono rimasti solamente l’ingresso e, aperta alle visite, una galleria (la quale faceva parte di un sistema più complesso di gallerie, chiuse ora al pubblico per ragioni di sicurezza). Ci è stato detto che i deportati avevano il compito di scavarle, per consentire ai tedeschi di avere un luogo strategico in cui poter collocare l’arsenale bellico al riparo dai bombardamenti causati dagli americani; i prigionieri erano costretti a lavorare in condizioni estreme, e per questo molti sono morti.

Siamo rimaste colpite quando, il 5 maggio, abbiamo scoperto l’esistenza del Castello di Hartheim, unluogo orribile, rimasto privo di umanità e di ogni forma di compassione, ma ancora più colpita nel momento in cui ho saputo che fosse uno dei luoghi meno conosciuti, nonostante sia uno dei più cruenti. Il castello é una costruzione rinascimentale distante circa 10 km da Linz e 30 da Mauthausen, scelta dai nazisti come ubicazione del palazzo della morte proprio per la sua posizione discreta, nascosta e di cui nessuno sospetterebbe mai: in questo luogo si nascondono però oltre 27000 anime strappate a disabili irrecuperabili (di ogni tipologia, fisici o mentali) che, nell’ideologia del fürer, occupavano posti-letto negli ospedali e risultavano un peso economico, oltre al fatto che non rispettavano lo stereotipo del soldato ariano.

Qui uomini, donne e bambini disabili erano oggetto di esperimenti disumani, dai trapianti di organi ed arti all’ibernazione, oppure soppressi secondo l’operazione d’eutanasia (Aktion T4 in codice), che a sua volta sfociava in atroci sofferenze: iniezioni letali, morti lente dovute ad inedia o mancanze di cure ed, infine, la camera a gas. Non vi sono, a differenza di altri campi, testimonianze dirette, perché il destino di chi giungeva ad Hartheim era segnato, tanto che é a questo luogo che viene collegata la frase “chi entra qui, esce dal camino.”
Infine, prima di proseguire per Linz, abbiamo fatto tappa ad un altro campo, quello nel villaggio di Gusen, sottocampo di Mauthausen e distante 5 chilometri dal campo madre; ci è stato detto che in realtà i campi erano tre, Gusen I, Gusen II e Gusen III, in cui prigionieri lavoravano per delle imprese in condizioni a dir poco disumane. Oggi l’ingresso è diventato il cancello di una villa, che è una ristrutturazione dell’ex edificio principale del campo. Poco distinte è conservato il forno crematorio: si trova all’interno di una struttura le cui pareti interne sono interamente tappezzate dai nomi e dai volti di chi non è più tornato a casa.
Il terzo giorno invece abbiamo visitato il campo di Mauthausen; questo, insieme a quello di Dachau, ha avuto la “fortuna” di resistere alla forza del tempo e della distruzione, nel senso che abbiamo avuto la possibilità di vedere le strutture originali (eccezione fatta per le baracche, che sono delle ricostruzioni). L’area su cui si estende è immensa, e le mura che la circondavano sono alte quattro metri. Entrati da un ingresso secondario, ci siamo diretti nella zona in cui sono stati eretti i monumenti per i caduti e, giunti davanti a quello italiano, abbiamo presenziato a una breve cerimonia, nella quale abbiamo reso omaggio agli italiani che non hanno fatto ritorno alle loro case; ci siamo poi fermati davanti ad altri due monumenti, quello tedesco e quello in memoria degli ebrei: entrambi si affacciano sulla cava, da dove i deportati ricavavano i materiali che servivano all’ampliamento del campo; spesso le SS spingevano giù dei prigionieri dalle ripide pareti della cava di pietra, e la quasi totalità di questi furono ebrei. Questo luogo prende il nome di “muro dei paracadutisti”.
È seguita la visita del campo: siamo entrati dall’ingresso principale, e ci siamo diretti nelle baracche; abbiamo proseguito con la visita della “quarantena”, una zona del campo in cui oggi non si vede altro che, tra i muri che separavano i blocchi, una distesa di croci di pietra, perché diventata fossa comune in cui vennero seppellite circa diecimila persone. Procedendo ci siamo recati nei locali adibiti alle docce, nella camera a gas e nella stanza in cui era conservato il forno crematorio. Infine abbiamo partecipato alla cerimonia internazionale, tenutasi all’interno del campo, a cui hanno partecipato le delegazioni di moltissimi paesi, non solo europei.

Il 7 maggio abbiamo visitato il campo di concentramento di Dachau, in Germania, a Nord di Monaco. Esso fu il primo campo di concentramento nazista, aperto su iniziativa di Heinrich Himmler nel 1933. Iniziò così per Dachau un periodo drammatico che vide legato indissolubilmente il nome della città al campo di concentramento. Dachau servì da modello a tutti i campi di concentramento, di lavoro forzato e di sterminio nazisti eretti successivamente in Germania, Austria ed in tutta Europa.

Nel campo transitarono, dal momento d’apertura, circa 200.000 persone e, secondo i dati del Museo di Dachau, 41.500 vi persero la vita. All’entrata del campo si trova un cancello di significative dimensioni, al centro di esso un altro cancello più piccolo che reca la scritta: Arbeit macht frei. Con gli anni questo slogan di Dachau, che significa “Il lavoro rende liberi”(con cui Hitler voleva far passare i campi per dei luoghi di rieducazione, ed una volta educato al rigore nazista, il prigioniero era libero), venne poi utilizzato in numerosi altri nuovi campi che via via si andavano costruendo, diventando il simbolo stesso della menzogna nazista sui lager.

Il lavoro in quei luoghi infatti non liberò mai nessuno ma fu anzi usato come strumento di morte primario. Dachau é il campo di lavoro per eccellenza, in quanto, anche se presente una camera a gas, essa non entrò mai in funzione e perciò il numero di vittime prima citato va ad abbracciare a pieno lo spirito del campo di lavoro, che prevedeva morti per sfinimento, inedia, freddo, malattie e violenza.

Per noi è stata un’esperienza intensa, in tutti i sensi: ora che siamo tornate, abbiamo la sensazione di portare un carico davvero grande e sentiamo l’urgente bisogno di raccontare quello che ho vissuto a tutti quelli che incontro. I luoghi, i nomi e i volti di chi non ce l’ha fatta mi sono rimasti impressi nella mente e soprattutto nel cuore, e dubito che potrò mai dimenticarmene.

Un’esperienza che con grande fatica riuscirei a descrivere con qualche parola, perché sarebbe riduttivo rispetto alla grandissima possibilità che ci é stata data. Ci sono stati aperti gli occhi su ciascuno degli aspetti che questo viaggio aveva da offrire, a partire dal lato storico e dall’approfondimento che le visite ai campi hanno permesso, che ci hanno consentito di tastare con mano una pagina di storia così dolorosa, ma anche così importante e significativa.

Un viaggio nei luoghi della morte, delle anime, della sofferenza e della disumanità, che va a ribaltare completamente le nostre priorità, ciò che pensiamo sia realmente importante, ogni singolo capriccio e pretesa nei confronti della vita, una vita che ci appare a tratti insostenibile, quando, nei confronti di milioni di persone, è stata incredibilmente ingiusta, o molto spesso stroncata.

Portiamo a casa un ricordo tanto intenso da poter illuminare chi ci circonda su una realtà molto spesso, purtroppo, troppo nascosta, su cui prevale un sottile velo di indifferenza generale di cui dobbiamo colpevolizzarci tutti, che non può, per rispetto e per umanità, essere rimosso solo durante il giorno della memoria, ma sparire per lasciare spazio al ricordo quotidiano, vivo ed acceso.

Elisa Monza e Alessia Novellati