Cosa c’entra un informatico con la nostra impotenza di fronte alla guerra?

Cosa c’entra un informatico con la nostra impotenza di fronte alla guerra?

«Cosa possiamo fare noi per la guerra?»

Da settimane assistiamo sostanzialmente inermi all’escalation di violenza scatenatasi nell’Est Europa.

Possiamo pregare secondo le intenzioni del Santo Padre, possiamo sperare che prenda piede un vero processo di pace, possiamo tenerci informati per desiderio di capire e per amore dei nostri fratelli uomini, ucraini e russi.

Sembra sempre un po’ poco, però: in fondo quella domanda iniziale risulta inevasa. Posso davvero essere incisivo o la Storia la fanno solo i grandi leader mondiali?

Un informatico? Per rispondere a questa domanda i professori hanno pensato di farci incontrare un informatico che lavora a Legnano? Ma non era meglio incontrare un esperto di relazioni internazionali, un politico, come hanno fatto i ragazzi di terza media? [vedi incontri con On. Paolo Alli]

Luigi Bozzetti in effetti di lavoro fa altro, ma la sua testimonianza è stata commovente. «Devo partire dal giorno della mia nascita, perché quando sono nato non l’ho voluto, è un dono che ho ricevuto. E io ho capito che la bellezza che ho ricevuto la devo donare a mia volta». Belle parole, uno potrebbe pensare, ma come si fa?

Con cinque o sei cari amici, con i quali si prende sul serio il bisogno di una amica suora, che fa la missionaria ad Haiti. In quattro e quattr’otto pochi amici decidono di invitare ragazzi e bambini haitiani, alcuni orfani, altri affidati a suor Marcella dalle famiglie che vivono in condizioni estreme. Si parte un’estate con una vacanza, si arriva fino a creare una fondazione e decidere di comprare una casa d’accoglienza.

«Ma i soldi li avete messi voi?», è la domanda scontata. «No. Da quando l’abbiamo individuata, a Cannara, vicino ad Assisi, in un mese abbiamo raccolto dalle donazioni di amici tutto quanto ci occorreva». Da restare a bocca aperta. Gli esempi sono tantissimi: dal macellaio del supermercato che fornisce la carne fresca per gli ospiti della struttura, al libero professionista che destina i ricavi di un grosso lavoro per comprare una piscina, fino al prato sintetico per il campo da calcetto, ricevuto da una società che doveva rifare il manto e ha pensato di non buttarlo ma regalarlo. Tutto è un dono in questa avventura.

I ragazzi haitiaini non ci sono più (colpa della burocrazia nostrana), ma la casa ha riaperto in queste settimane per accogliere i primi quattordici profughi ucraini, e altri sono in attesa di poter essere ospitati.

«Sì, ma noi come c’entriamo? Possiamo aiutare queste famiglie ucraine?».

Certo che si possono aiutare, Luigi è ben felice e dà alcune indicazioni: prodotti per l’igiene e cibo a lunga conservazione. «Non i vestiti?». No, i vestiti no.

Fare la carità spesso diventa un gesto intimamente generoso, ma che si risolve nello scegliere un vestito vecchio che tanto non uso più. «Noi invece siamo educati alla carità cristiana: queste persone hanno bisogno di veder restituita la loro dignità. Hanno bisogno che gli facciamo compagnia, hanno bisogno di accoglienza», dice Luigi. Non è tanto di una casa che sentono la necessità, così come di una felpa che ci avanza. Hanno bisogno di sentirsi ancora uomini, donne e bambini: «Chiunque di noi per sentirsi bene sa che i vestiti deve sceglierseli. Quindi non mandateceli: preferiamo scendere in paese e chiedere ai negozi di abbigliamento se possono regalarci qualcosa che piaccia ai nostri ospiti».

È un cambio di paradigma: la carità supera la generosità, perché chiede più di un semplice “dare”. La carità chiede un “darsi”, un implicarsi fino in fondo.

La sfida è quindi lanciata: certo le classi raccoglieranno quanto più possibile per aiutare “Casa Lelia”, ma quello che più importa sarà sfruttare l’occasione delle proprie settimane per far sentire quei profughi ucraini meno soli, far sentire loro che c’è qualcuno, in una lontana scuola dell’Alto Milanese, che ha a cuore loro, senza averli mai incontrati.