I RITORNI

I RITORNI

Articolo dedicato da un’insegnante agli ex alunni della scuola Kolbe che tornano a trovarci, e non solo.


IMG_1459

C’è un flusso di ragazzi che passa dalla nostra scuola, che potrebbe non essere registrato ma  che rimane costante nel tempo.

Bussano alle porte delle aule durante le lezioni o si affacciano alla sala professori e, prima, in segreteria, o si attardano nei corridoi.

Possono essere trascorsi solo due o tre mesi dal loro esame di terza, o pochi anni o molti anni.

Vengono a ritrovare un punto fermo all’atto di prendere di nuovo il largo o a comunicare che – adesso – vanno bene a scuola (e qui, implacabile piomba su di loro la richiesta di uscire dal vago ed esplicitare i voti) o per maturata gratitudine verso questo luogo, vista la bella piega presa dalla loro vita.

Altre volte sono stati richiesti di venire: a raccontare della loro scuola superiore ai più giovani colleghi alle prese con il loro percorso d’orientamento o a tenere lezioni su argomenti di cui sono diventati esperti.

Ancora: tornano a vedere il nuovo musical, e a confrontarlo con il proprio, o s’imbucano nelle feste di fine anno o negli open day dei fratelli minori per poter salutare, poter ritrovare per un momento i preadolescenti che sono stati.

Insomma tornano, sempre graditi.

O tornano alla mente, guardandoci dalle foto di classe appese nel corridoio.

E noi li ascoltiamo, ascoltiamo tutti i casi, e ci si apre l’orizzonte sui destini possibili dei nostri ragazzi.

Degli alunni, come  dei figli, non conosciamo il futuro, anche se noi amiamo scrivere copioni a lieto fine: abbiamo già visto, per usare un’immagine manzoniana, fiori falciati in bocciolo; così come abbiamo visto strade tortuose e, all’apparenza, interrotte poi riprendere corso; abbiamo già visto i figli dei nostri alunni e un numero significativo di vite, sia maschili che femminili, consacrate a Dio e che sono i frutti più evidenti a tutti.

Le medie durano solo  tre velocissimi anni, che non di rado restano nella memoria dei ragazzi come i più spensierati della vita scolastica, ma la posta in gioco non per questo è meno alta.

Loro sono immersi nella lettura di Omero e Saba come nella scrittura di bigliettini, e lo studio degli invertebrati e delle prime leggi della fisica si alterna al gioco con le stampelle del compagno infortunato;  cominciano a conversare in lingua, vogliono diventare architetti e campioni sportivi e intanto si dedicano instancabilmente alla compilazione del monumentale volume Scuse per un compito non fatto. Loro.

Noi dobbiamo fornirli di basi robustissime, che bastino a partire, necessariamente, e a tornare, se vogliono.

Un’insegnante