
19 Set La scuola è qualcuno che ti aspetta: buon anno scolastico a tutti!
Come ogni anno prima dell’inizio dell’attività didattica con gli alunni, i docenti di tutte le nostre scuole, dalla primaria al liceo, si riuniscono per avviare il lavoro insieme.
Riportiamo gli appunti dell’intervento al primo incontro dei docenti all’inizio dell’anno scolastico del nostro rettore Filippo Salimbeni dove si riafferma quale è la ragione del nostro fare scuola a partire dalla frase scelta per guidare l’anno:
“La scuola è qualcuno che ti aspetta”
Il compito principale al quale siamo chiamati è accompagnare i nostri alunni nel viaggio della vita e frutto del viaggio è innanzitutto la conquista di una coscienza più vera di sé.
Questa coscienza di sé è la bussola sicura per ogni scelta che i nostri alunni si troveranno a dover compiere nella vita, è il principio di una vera libertà, è la prima pietra sulla quale costruire quella cattedrale che è la propria vita.
E la scuola, attraverso la didattica quotidiana, deve sempre aver presente questo compito supremo.
“Non esiste una cosa più umanamente sconvolgente e vera di questa (…) Che giova, che giova, se realizzi tutto quello che ti viene in mente, se ti prendi tutto il mondo, e poi smarrisci il significato di te stesso?”
La nostra proposta didattica, che respiro deve avere, a cosa deve tendere, se non a essere strumento perché l’alunno non smarrisca se stesso?
Lo diciamo nel nostro ptof, nella carta d’identità della nostra scuola: “attraverso le diverse discipline l’alunno prende innanzitutto coscienza di sé”. Cosa significa oggi, nella nostra società, nel 2024, dire questo?
Occorre rendersi conto che siamo sempre più immersi in una società della prestazione, dove la consistenza di una persona, il suo valore vengono spesso misurati solo successivamente alla sua azione e in base alla prestazione che è stata in grado di fornire.
Non si tratta ormai solo di un giudizio esterno che percepiamo rispetto alla nostra persona nei vari contesti, ma sta diventando sempre di più il modo originario di guardare a sé, di costringere la propria vita nelle fredde logiche della prestazione, subendone inevitabilmente tutto il peso.
Il soggetto di prestazione si ritrova solo, orfano di un rapporto con qualcuno che lo aspetta.
“La scuola è qualcuno che ti aspetta” è questa la semplice espressione che abbiamo scelto per quest’anno scolastico.
Qualcuno, cioè, che volendoti prima di quello che sarai in grado di fare, proprio per questo, ti permette poi di mettere a frutto tutti i tuoi talenti e affrontare con coraggio tutti i tuoi limiti.
La nostra scuola chiede molto ai suoi alunni, la nostra proposta didattica li sfida costantemente, ma saremo in grado di farlo senza perderli, solo se entriamo in rapporto con loro accogliendo ciò che sono e aspettando ciò che diventeranno.
L’alternativa alla certezza di essere attesi è muoversi nella vita con l’ansia di non essere all’altezza, di non essere “fatti bene” e per questo di non aver nessun compito verso il quale sentirsi chiamati. Si genera una coscienza di sé che porta prima a una chiusura e poi a una solitudine estrema.
È una solitudine che spesso si tende a mascherare, a vivere, all’estremo, come una colpa per il nostro sentirci inadeguati. A volte non immaginiamo neanche quanto profondo sia questo disagio in persone pur vicine a noi, perché le ultime a cadere sono sempre le apparenze del nostro stare bene.
Giovanni Pascoli nella poesia “I due orfani”, descrive in maniera insuperabile la solitudine che si genera quando non c’è più “qualcuno che ti aspetta”. “Or nulla ci conforta, e siamo soli nella notte oscura”. E conclude “ora che non c’è più chi si compiace di noi…” “Che non c’è più chi ci perdoni”.
Dire che la nostra scuola esiste per aiutare l’alunno a prendere coscienza di sé significa combattere la notte oscura di oggi, che è sempre in agguato, pronta a sostituire il rapporto con il fare, con la prestazione, con il “ciò che non sono ancora ma spero di riuscire ad essere”, che in realtà sempre più spesso diventa “ciò che non sono ancora e temo di non riuscire ad essere”. Alla speranza che si accende in un rapporto di stima per noi, si sostituisce il timore di non farcela che ci afferra nella nostra solitudine.
È solo un rapporto vivo che può resistere alla notte oscura, che consente il coraggio di una proposta didattica impegnativa che metta davvero i ragazzi al lavoro, senza sconti, ma che si fondi sulla certezza, sempre più matura, che c’è qualcuno che “si compiace” di loro.
La meraviglia dei diversi talenti che fioriscono in questa certezza è la ragione del nostro fare scuola.
Filippo Salimbeni,
Rettore Istituto Tirinnanzi
